lunedì 22 ottobre 2007

E infatti non è finita qui

Prologo.

"Grande, enorme, inutile" - fu il mio primo pensiero quando mi diedero la macchina a noleggio.

Le ho sempre odiate quelle macchine imparcheggiabili.
Grigia topo poi, sbiadita come il grigiore dell'autunno.

Questa è la macchina in cui abbiamo fatto l'amore.
Quattro sedili.
Una macchina lunga e larga.
Da riempire.
Chissà se una macchina ha i ricordi ? Delle migliaia di chilometri, delle centinaia di scopate, delle dozzine di abbracci, delle decine di sospiri, delle parole dette e di quelle non dette.

Prima ci aveva portato all'happy hour, tra le cazzate ed i sorrisi, tra le parole e gli sguardi.
Vino per lei, birra per me.
Una a testa ora ci basta per disinibirci, per far sentire imbarazzata la coppia davanti quando ci vede baciare ridacchiando, tanto da fargli dire "scusate".
Una sola dove prima ce n'erano volute sei.

E poi lei ci aveva portato a sgranicchiare qualcosa, come se non sapessimo dove saremmo andati a finire, come se volessimo rubare il tempo all'apice della serata.
Come se ci infliggessimo una disciplina masochista, che però ci piaceva tanto.

Sempre lei, la macchina con gli occupanti di turno, in silenzio senza parlare nè di noi nè delle coppie che ci avevano preceduto. Muta, pensando a mantenere il segreto, così aperto ai passanti, così ovvio dal di fuori.

La mia compagna era timida quando le dicevo le cose dirette, era titubante quando la mettevo a disagio apposta, perchè tutto doveva essere fuorchè noia. Non fu timida quando iniziammo a baciarci come gli adolescenti, unica macchina nella strada dove quella sera avrebbero lavato l'asfalto.

Non fu timida per niente quando mi aprì la zip, me lo tirò fuori e poi come per nasconderlo al mondo se lo mise tutto in bocca, pulsante, incredulo, ma dignitoso, ed incominciò a succhiarlo come sembrava non faceva da tempo. Con gusto, che monella! Assaporando i dossi delle vene. Soffermandosi dove doveva. Con ritmo e delicatezza.

Le slacciai i jeans: il perizoma mi fece pompare ancora più sangue.
La toccai impiastricciandomi le mani del suo miele.

L'aria dell'abitacolo si profumò del nostro aroma.
Aroma di voglia incontrollabile, di sesso da godere, di lasciarsi andare a quello che arriva senza pregiudizi.

Eravamo troppo in vista, troppo scomodi, troppo infoiati.
Ci movemmo in un altro luogo: andammo in un posto appartato, ma la scomodità c'era ancora.
"Che si fa ?" chiesi io sapendo la risposta.
"Andiamo dietro" disse lei indicando il sedile posteriore ed arrossendo, mentre il finale della frase si perdeva nella vergogna.

Ci spostammo.
Ci spogliammo.
Finalmente il suo corpo.
Bello, da sfiorare ogni centimetro, da esplorare tutto.

Umori, odori, sospiri, baci, palpate, carezze.
Tutto assieme.
Annullando il resto.
Creando la nostra isola di lussuria.

Si sedette sopra di me.
Le presi le chiappe, rotonde, sode, finalmente color rosa candido.
Con una pennellata di nero - il perizoma, mezzo bagnato, mezzo perso tra quelle chiappe dure.
Si abbandonò a sè stessa, iniziò a muovere il bacino, incurante di cosa potessi pensare.
Le misi un dito nel didietro, poco igienico forse, ma sicuramente meraviglioso per entrambi.

Venni.
Venne.
Ma non prima di sentirla che mi stava usando.
Per i suoi porci comodi.
Gustandosi il mio cazzo per tutta la sua lunghezza.
Lentamente, con un guizzo sulla punta, poi di nuovo lentamente.
Chiudendo gli occhi, come sull'isola fosse sola.
Su e giù, su e giù.
Stringendo il sedile posteriore tra le mani; che quando diventarono bianche mi fecero capire che stava venendo.

Il giorno dopo la macchina fu restituita.
Vuota.
Fredda.
Col suo carico di ricordi.
Il suo peso di responsabilità.

E nonostante fosse pulita da mani ignare, ritenne comunque un pò di noi.
Di come l'avevamo fatto da animali.
Di come i sospiri echeggiavano in sintonia.
Di come i nostri sessi avevano combaciato così spontaneamente.
Di come ce l'eravamo davvero spassata.

"Piccola, minuscola, utilissima" fu il mio primo pensiero quando ripensai a tutto quello che era successo.